Calciatore, dopo i 30?

Ogni tanto mi chiedo ancora se riusciro’ a giocare a calcio per altri 10 anni, come mi ero sempre promesso.

Sara’ il periodo che non mi lascia tempo libero per concentrarmi su nient’altro che matrimonio e pratiche per la casa (mi sembra di essere tornato in Italia per quanto riguarda la burocrazia…), sara’ il fatto che ricominciare a giocare in una squadra totalmente nuova, dove io sono uno dei pochi stranieri e over 30, sara’ che ormai ricorro sistematicamente al fallo tattico se qualcuno mi supera, ma ogni tanto mi sento davvero vecchio.

Il problema e’ sapere che nelle gambe e nella testa ho ancora tanto da dare, specialmente in un paese che sta andando all’indietro come il SudAfrica (calcisticamente parlando sono zero, politicamente parlando sono 0 virgola 1 – a presto un bell’articolo che ovviamente finira’ con aggiungermi l’etichetta di razzista a quella di stronzo), ma pressioni esterne, futura moglie e vita futura in generale, pressano probabilmente cercando di convincermi che forse e’ tempo di smettere.

Peccato non capiscano.

Peccato che neppure io riesca ad esprimere in inglese il significato che ha il calcio per me. Forse frasi del tipo "Per tre volte alla settimana tu non conti niente, ci sono solo io, il pallone, e altri 11 avversari da uccidere" ogni tanto dovrei tenermele nei polmoni, evitando quell’ultima spinta che porta il fiato a modulare tramite corde vocali frasi di cui poi ci si pente.

E in queste cose sono un maestro.

E no Paolo, giocare a calcetto e’ per gay. Giocare negli over-35 e’ per vecchi.

Una vita di debiti, partendo da Aloe Avenue

1174 Aloe Avenue. La cittadina e’ la stessa, Weltevreden Park, il codice fiscale pure, 1709, e, ovviamente, la nazione africana sempre quella: Sud Africa.
Non chiedetemi il perche’ del numero: sono l’unica casa dell’isolato, e ben tre muri di recinzione su quattro danno sulla strada.

Con l’acquisto della reggia Olgiati (ok, a nome mio e di Lindsey, anche se alla fine per pagare i soldi saranno detratti dal mio stipendio coloniale) inizia l’ennesimo step forward della mia vita, anche se in questo caso stiamo parlando di numerosi anni a cercare di ripagare il famigerato mutuo.

Avevo raccontato della casa che volevo prendere, e promesso foto. Finalmente sono riuscito a trovare un po’ di tempo dopo il trasloco, ed eccovi una selezione.

La collezione complete delle foto la trovate qui

C’e’ ancora da dipingere, ripulire, mettere a posto i chilometri di cavi modello covo di serpenti che vivono nel tetto, inserire qualche mobile e comprare qualche cane, ma perlomeno ho gia’ le cose essenziali che servono a sopravvivere: un pub, una piscina e un sistema d’allarme a cinque stelle (e le guardie che pago sono autorizzate a sparare all’interno della mia proprieta’). Aaaaah, i contrasti del terzo mondo.

Moving from Le Maison
View from the parking
My beautiful and green garden
The pool (still needs to be cleaned)
The pub left by the previous owners
My office

Aloe Avenue

A quanto pare tra 2 settimane finalmente iniziero’ l’ennesima avventura della mia vita in Aloe Avenue.

Lindsey verra’ a vivere con me solo dopo il matrimonio (anche se praticamente passa tutto il suo tempo libero qui oppure mi porta agli allenamenti di calcio – 4 volte alla settimana…) quindi potro’ godermi le ultime settimana da single in una casa probabilmente troppo grossa anche per una coppia ed eventuali cani.

Bisognera’ riempire le stanze in qualche modo.

Qualcuno mi ha chiesto altre foto ma sinceramente non ho avuto ancora tempo di pedalare e fotografare la casa con i vecchi inquilini ancora dentro. In cambio, ho trovato un link da un sito di vendita case (non ancora aggiornato, visto che e’ segnalata ancora come on sale)

Qui potete trovare qualche foto e informazioni varie (piscina e pub compreso):

http://www.myproperty.co.za/property_details.aspx?PROPERTY_REF=92942&V=1

Il fantasma dei natali futuri, in costume da bagno nella mia piscina.

Lo dico adesso cosi’ non sara’ una sorpresa: il prossimo natale lo passero’ in Sudafrica.
Quello del 2009 in Italia, e cosi’ via fino a chissa’ quando.

Tornare da quasi 3 settimane di inverno europeo in Sud Africa e’ stato uno shock.
Fa sempre effetto sentire storie di cenoni di natale passati all’aperto, cucinando su barbecue e nuotando in piscina per combattere il caldo infernale.

Ancora non capisco perche’ la versione locale di Babbo Natale sia simile a quella europea: ciccione, con la barba bianca, vestito di indumenti invernali rossi e bianchi. Con le renne.
Gia’ mi aspettavo il Babbo Natale nero con antilopi al posto di Rudolph e compagnia bella.

Tornato in Sud Africa sono stato dirottato quasi subito a Kimberley, a vedere un buco. Un grande buco. The big hole, proprieta’ della De Beers, famosa per i diamanti. Potete vedere qualche foto qui o leggere il report in inglese di la’. Shari, amica di Lindsey, ci ha ospitato nella sua riserva, con qualche rinoceronte in giro la sera.

The big hole in Kimberley

Rhinos on the road

Sunset in Kimberley

Pochi giorni fa ho invece firmato i documenti per il mutuo. La casa di cui vi raccontavo, a meno di disastri da qui a meta’ febbraio, e’ mia e di Lindsey. Piscina e pub incluso.

Il fantasma dei natali presenti, ovvero l’importanza di avere due case.

Non so per quanti anni (o se per davvero) Ligabue abbia frequentato il Bar Mario.
Non sento sue canzoni nuove da anni (tranne Gli ostacoli del cuore, penso che la piu’ recente canzone sua che abbia sul mac sia quella di Radio Freccia), ma i primi dischi, soprattutto il primo, del 1990, bastano a riempire l’ufficio di musica che collego a quel periodo perso tra giocare con il Lego e correre dietro alla figa, ai soldi e al fantacalcio.

Probabilmente fossi un cantautore, o solo un autore, meta’ delle mie struggenti canzoni citerebbero il Texas e le persone che conosco. E’ strano come un pub abbia acquisito una sua importanza strategica in tutti i miei viaggi di ritorno in Italia dal 2001 a oggi.

Ho lavorato li’ per due anni, come pessimo cuoco e ancora pessimo occasionale cameriere. Pero’ mi facevano mangiare gratis e bere quanto volevo, e la paga non era niente male, visto che poi si aggiungeva allo stipendio che prendevo lavorando a Milano durante l’ultima epoca del boom di internet. Alla mia festa di addio i due precedenti padroni del Texas (Pucci e Marzia) chiesero a mia sorella se voleva lavorare una volta andato via io. Mia sorella accetto’ senza problemi (i soldi fanno sempre comodo), e ora, a 6 anni di distanza, lei e’ ancora li’ ma loro due no.

4 Anni fa Nicola prese il Texas in gestione. Non credo che il posto sarebbe potuto andare in mani migliori. Il locale e’ migliorato, in qualita’ (di clienti, cibo, birre e cocktails) e quantita’ (di clienti, cibo, birre e cocktails) e Nicola rimane una di quelle persone che ti fa sentire a suo agio e sempre speciale una volta varcata la soglia come cliente.

Sopporta ormai i miei arrivi annuali sempre con grazia, e non manca mai di offrirmi piu’ di quanto il mio orgoglioso fegato riesca ad assorbire.
Conosce tutti gli elementi della mia famiglia allargata, dal mio vecchio cugino Renato (quasi 50 anni e non mostrarli), al mio cugino ufficiale e bevitore (o ora pure gentiluomo) Davide, passando per amici, amici di amici, e amici di amici del mio cane.

Ormai da tempo il Texas, le cameriere (inclusa mia sorella, la regina del luogo), Nicola e le solite facce fanno parte di una naturale estensione casalinga che parte da casa mia e arriva qualche chilometro piu’ in la’, a Legnano, in Via Venezia.

Inventassero il tele trasporto sarei li’ tutte le sere, lunedi’ escluso, ovviamente.
Dopotutto mia sorella ogni tanto ha bisogno di una serata libera.